25 Settembre 2019

I nuovi volti della missione

Ottobre 2019: mese missionario straordinario, per volontà di Papa Francesco. Un'occasione per riflettere su come stia cambiando lo scenario dell'annuncio evangelico. Un cambiamento già in atto nel mondo apg23
Secolarizzazione e globalizzazione. Sono queste le parole chiave per comprendere i missionari del 21° secolo. Uomini e donne che non partono più solo per terre lontane, sperdute ed esotiche. E che spesso non hanno nemmeno la pelle bianca, sconvolgendo la prospettiva eurocentrica di una trentina di anni fa. Un cambiamento di morfologia e destinazione, insomma, che però non modifica il fine ultimo: annunciare il Vangelo e aiutare i poveri.

La nuova frontiera dei missionari: l'Europa

Scomparsa la discriminante geografica tra un qui e un là, i missionari si rivolgono dove oggi c’è più bisogno di portare Gesù, ossia in un’Europa stanca e sempre più secolarizzata che sta dimenticando le proprie radici cristiane. Al passo con i tempi e in linea con le esortazioni di Papa Francesco che più volte ha ribadito la necessità di recarsi negli ambienti scristianizzati, specialmente nelle periferie esistenziali, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha aperto tante missioni in Europa.
Ad oggi membri di Comunità vivono in Albania, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Romania, Russia, Spagna e Svizzera. Altri sono in partenza per Svezia e Irlanda.
Testimonianze di vita preziose, che cercano di contrastare la crescente secolarizzazione con il trapianto vitale, come diceva Don Oreste. Perché la fede si trasmette con la vita e non con le parole, portando quel Gesù che si incarna nei piccoli.

Dallo Zambia all'Irlanda: la storia di Giada e Matteo

Famiglia missionaria
Famiglia missionaria di Giada e Matteo Mazzetti

Entrambi bolognesi, Giada Poluzzi e Matteo Mazzetti si sposano nel 2004. Quando i figli biologici non arrivano, intraprendono la strada dell’adozione. Nel 2009 conoscono Filippo: 3 mesi e mezzo, abbandonato all’ospedale, con la sindrome di Down. La vita con lui li smuove, radicando in loro il desiderio di stare a contatto diretto con il povero.
Nel 2012 parlano così con Giovanni Ramonda, responsabile della Comunità, ed intraprendono il percorso di verifica vocazionale, dando fin da subito la disponibilità a partire per le missioni. 
«Siamo diventati membri nel 2013», racconta Matteo, «E siamo subito partiti per lo Zambia. Entrare in contatto con il povero, che qui è davvero molto povero, è stato fondamentale per la nostra crescita come coppia e come famiglia e per il nostro cammino in Comunità. Ci ha aiutati ad elaborare il lutto di non essere genitori biologici, sostenendoci nel dare a questa mancanza un significato più grande. E ci ha fatto capire di essere più legati alla parte missionaria della Comunità, il polmone del mondo come la chiama Giovanni Ramonda».
«Si è trattato di un’esperienza forte anche come genitori», continua Giada, «Siamo partiti considerando Filippo come una cosa nostra da proteggere e custodire. Poi invece l’abbiamo donato. È stato più missionario lui di noi, perché è riuscito ad instaurare un contatto profondo nonostante i pochi strumenti a disposizione».
Rientrati in Italia a fine 2015 perché Filippo doveva essere operato, Giada e Matteo si fermano per qualche anno. Presto il loro desiderio di allargare la famiglia diventa realtà.
A dicembre 2016 arriva Paolo e a luglio di quest’anno Anna. Paolo ha un ritardo dovuto ad emorragie celebrali, Anna ha la sindrome di Down. 
Il richiamo del polmone del mondo si fa però sentire un’altra volta e così decidono di partire per l'Irlanda.
«Porteremo la nostra testimonianza come famiglia a Waterford, un paesino nel sud - est dell’isola», racconta Giada, «I bambini andranno alle scuole speciali, almeno per un primo periodo. Speriamo così di dare un primo segnale forte alle famiglie dei futuri compagni di classe».
Una bella sfida in un Paese secolarizzato come l’Irlanda, in cui la disabilità viene spesso vissuta non come ricchezza ma come croce. Un Paese in cui l’età media di chi va a Messa è di 60 anni e in cui la credibilità della Chiesa è ai minimi storici a causa dello scandalo della pedofilia tra i sacerdoti.
«Ci aspettiamo una bella esperienza», conclude Matteo, «Vivremo cose normali con i nostri figli speciali, dimostrando alle persone che incontreremo che si può fare!».

Tito e Lea: due burundesi missionari in Kenya

Europei che partono per l’Europa ed africani che partono per l’Africa. La Comunità Papa Giovanni XXIII è anche questo! Sono ormai diversi i membri locali della Comunità che lasciano il proprio Paese per andare là dove c’è bisogno.
Partono perché, affidandosi alla Comunità, accettano di fidarsi del cammino scelto per loro. Tra i tanti Lea Niyungeko e Tito Nsengiyumva, membri della zona Africa Est, entrambi originari del Burundi, hanno scelto di aprirsi alla missione e si sono trasferiti in Kenya per vivere la loro vocazione in quella terra.
Lea missionaria in Kenya
Lea missionaria Apg23 in Kenya

Lea ha 34 anni ed un diploma di sarta in tasca. Fin da giovane vuole consacrarsi, ma la vita sembra avere altri piani per lei, almeno inizialmente. Sua sorella muore e lei è chiamata ad occuparsi del nipote. Quando lui si ammala gravemente e viene ricoverato, riceve la solidarietà di tante persone e ne rimane colpita. La Comunità, conosciuta in precedenza grazie a una cugina, le sta vicina e lei sente di essere chiamata a restituire il bene ricevuto. Ed è per questo che, quando suo nipote è cresciuto, si è trasferita nella casa famiglia di Bujumbura.
«Quando mi è stato chiesto di partire per il Kenya ad agosto 2018», racconta Lea, «Ho subito detto sì, nonostante vedessi il mio futuro qui nel mio Paese. Nel mio cuore però sentivo che ero chiamata a stare con i bambini e non importava che fossero bambini keniani o burundesi. Oggi sono felice perché sono la mamma di una casa famiglia con tanti bambini».
Tito missionario in Kenya
Tito missionario in Kenya

Da marzo 2019 anche Tito vive a Nairobi. 30 anni, cresce senza genitori, ma le sue tre sorelle riescono comunque a farlo studiare. Si diploma e, tornato a casa, per guadagnarsi da vivere vende frutta. Incontra la Comunità grazie a un amico delle scuole secondarie, ora anche lui membro.
«Mi sono trasferito nella casa famiglia di Bujumbura nel 2018», racconta Tito, «Portavo a scuola i bambini, giocavo a calcio con i giovani del quartiere, mangiavano insieme. Amavo molto stare con gli orfani e volevo consacrarmi. Poi mi hanno chiesto di partire e per senso di responsabilità nei confronti della Comunità e dei poveri che avrei incontrato ho detto subito sì. Oggi vivo a Baba Yetu, una struttura in lamiera all’interno della baraccopoli di Soweto, e mi prendo cura degli anziani accolti e di David, un ragazzo in carrozzina. La mia vita è diversa, ma è quello che il Signore mi sta chiedendo in questo momento e sono sereno».