3 Ottobre 2019

Migranti: basta vittime nel Mediterraneo.

Sei anni fa la strage che portò ad istituire il 3 ottobre la Giornata in memoria delle vittime dell'immigrazione.
Foto di Giuseppe Piacenza
Si dice: meno migranti partono, meno ne muoiono. Ma è davvero così? Cosa è cambiato dalla strage del 3 ottobre 2013 e cosa potrebbe succedere se non si affronta in maniera organica questa sfida epocale.
Sono passati sei anni dal tragico naufragio del 3 ottobre 2013 dove persero la vita 368 persone eppure di tragedie simili ne sono successe altre anche peggiori facendo diventare il Mediterraneo la rotta marittima più mortale del mondo. Quello che una volta era il centro di incontro e di scambio di cultura e civiltà si è trasformato nella più grande fossa comune della storia dell’umanità.
Si calcola che oltre 20.000 persone abbiano perso la vita nel tentativo di attraversarlo alla ricerca di una vita migliore, in fuga da guerre, catastrofi naturali causate dai cambiamenti climatici o da dittature sanguinarie. 

Le stime: 250 milioni di persone in fuga.

All’inizio del decennio erano 59 milioni i profughi nel mondo, oggi sono oltre 73 milioni. Le stime dell’UNHCR dicono che nel 2050 ci saranno 250 milioni di persone costrette a fuggire dalle proprie terre soprattutto a causa dei cambiamenti climatici. Davanti a questi numeri è normale che nella gente insorga paura e preoccupazione per il futuro; quello che non è normale  è che i politici alimentino queste paure, innalzando il livello d’odio, di intolleranza e xenofobia, pur di aumentare il proprio consenso elettorale. Sempre di più abbiamo assistito in questi sei anni a politiche basate sull’impedire ai profughi di giungere in Europa, favorendo accordi con Stati come la Turchia e la Libia, in cui il rispetto dei diritti umani è a dir poco deficitario, e nel caso della Libia dove il livello di violenza sociale è elevatissimo. 
Molti governi europei hanno basato le loro politiche esclusivamente sul respingimento costruendo muri e chiudendo i porti, criminalizzando le ONG che salvano vite umane accusandole di essere colluse con i trafficanti. 

Meno migranti partono, meno ne muoiono?

La parola d’ordine imperante era «meno ne partono e meno ne muoiono» ma purtroppo non è così. Chi non riesce a partire non muore in mare forse, ma muore comunque in modi anche peggiori, di sete e di fame nel deserto che da Agadez conduce a Tripoli, o di torture e violenze nei centri di detenzione in Libia. Le ragazze subiscono violenze di ogni tipo. 
In questi anni i volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII con quelli di altre organizzazioni hanno operato attivamente sulla banchina del porto di Reggio Calabria, durante le operazioni di sbarco dei profughi salvati in mare, hanno raccolto testimonianze di violenze inaudite, visto ferite da torture che non potevano nemmeno immaginare. 

Diciamo di volerli aiutare a casa loro ma...

Papa Francesco nel messaggio inviato per la 105ma giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato ci ha ricordato che «non si tratta solo di migranti, ma della nostra umanità». Ed è proprio la nostra umanità ad essere in gioco davanti a questa sfida epocale. 
I migranti sono gli ambasciatori dell’ingiustizia, della nostra ipocrisia. Diciamo di volerli aiutare a casa loro e invece riempiamo di armi costruite da noi i regimi sanguinari e corrotti per poterci portare via le loro materie prime così essenziali al nostro benessere. 
Giovanni Paolo II nella bolla di indizione del grande Giubileo del 2000, chiedendo la cancellazione del debito per i paesi poveri, scriveva che «non può esserci pace senza giustizia».
I migranti ci scomodano, ci portano sotto casa l’ingiustizia che questo sistema economico predatorio causa, ci obbligano a guardare in faccia le nostre responsabilità, ci impongono di fare delle scelte. 

L'opzione: lasciare morire i migranti.

Quando nell’agosto 2014 apparve chiaro che l’Europa andava verso la chiusura dell’operazione “Mare Nostrum” – che l’Italia aveva avviato in seguito alla strage di Lampedusa – per intraprendere una operazione più volta al respingimento verso i paesi di transito che al salvataggio, il giornalista Gwynne Dyer scrisse un articolo pubblicato anche da Internazionale dal significativo titolo «Annegare i profughi», che concludeva ponendosi una domanda fondamentale: «L’UE sta davvero parlando di uccidere delle persone. O lasciarle morire, se preferite, ma alla fin fine il risultato è lo stesso. Tra quanto tempo cominceranno a uccidere attivamente la gente in fuga dalle guerre, dalla fame e dai cambiamenti climatici lungo la frontiera mediterranea dell’Europa (e lungo la frontiera marittima settentrionale dell’Australia, il confine tra Stati Uniti e Messico e, probabilmente, il confine settentrionale del Sudafrica)? Probabilmente tra dieci o quindici anni. A quel punto ci saremo tutti abituati.»
 
Non si tratta solo di migranti, si tratta della nostra umanità, del senso stesso che diamo alla vita, di quanto siamo disposti a sacrificare del nostro benessere per non perdere la nostra umanità. 
Liliana Segre, deportata bambina nei campi di sterminio nazisti, ci ha ricordato poco tempo fa come si faccia in fretta a passare dalle parole ai fatti.
Non lasciamoci spaventare dalle sfide che il fenomeno migratorio ci pone: per quanto impegnative siano, il modo migliore di affrontarle è di rimanere umani, profondamente umani, nel senso più alto del termine.