Sono circa 30mila infatti, secondo le stime della Child Welfare Society, i bambini e le bambine usati per il business del sesso. Certamente il The children Act promulgato dal Parlamento keniota nel 2022 tenta di colpire chi propone un incontro con un bambino per attività sessuali, o sottopone un bambino ad abuso o sfruttamento sessuale anche tramite reti e tecnologie online e stabilisce che commette un reato punibile col carcere fino ad un massimo di 10 anni o a una multa di massimo due milioni di scellini. Ma sono bassissimi i numeri di chi viene effettivamente condannato. Ed è così anche per i casi di tratta a scopo sessuale e di servitù domestica portati nella capitale da Somalia, Burundi, Tanzania. Lo scorso anno solo 201 vittime identificate rispetto alle 556 dell'anno precedente.
A questo si aggiungono oltre 135.000 di donne che si prostituiscono in strada o nei club. Donne sole che hanno una famiglia numerosa da mantenere e che in quei bar degradanti vendono il corpo per un pò di riso. Spesso non hanno nemmeno i soldi per i preservativi e di conseguenza l’hiv e la sifilide si diffondono rapidamente nella popolazione femminile. Ma quali vie di uscita in questo business del sesso che sembra intoccabile?
«Eppure nonostante la legge parli chiaro perchè in Kenia è illegale trarre profitto dalla prostituzione altrui favorire, costringere o incitare alla prostituzione, turismo sessuale, prostituzione in strada e nei club, e tratta delle donne sono ancora le tre frontiere del mercato del sesso, non solo nella capitale». Secondo la legge vigente, infatti il reato di prostituzione è punibile con pene detentive fino a tre anni. Solo di recente il disegno di legge, denominato 'Codice Penale Bill 2023', ha puntato a far sì che chi esercita la prostituzione non sia punito con la reclusione ma con strumenti alternativi di riabilitazione. Tuttavia in Kenia le norme vengono applicate in modo diverso di città in città, anche perchè in gran parte dei paesi africani, la prostituzione è ancora proibita e chi viene criminalizzata è solo la persona che si prostituisce.
«Il turismo sessuale e la prostituzione per lo più coinvolgono donne e ragazze soprattutto nelle aree costiere del Kenya – spiega Mary Mugo, fondatrice della organizzazione Sema Nami a Nairobi. I mariti continuano a consegnare le loro mogli ai turisti con la forza. Le madri costringono anche le loro figlie più giovani perché non sono in grado di nutrire i propri figli, soprattutto le madri che sono rimaste sole. La causa principale di tutto questo è la povertà e la mancanza di istruzione ed educazione. A volte non capiscono che quello che stanno facendo è sbagliato. Come risultato di tutto questo, ci sono donne e bambini segnati dall'HIV, ma la maggior parte di loro subiscono anche danni e traumi a lungo termine e per questo occorre un lungo periodo di tempo per il loro recupero fisico e psicologico».
Mary Mugo ha soli 34 anni ma ha scelto di portare avanti questa battaglia contro lo sfruttamento delle donne con coraggio, fondando nel 2020 a Kikuyu, nella contea di Kiambu ad ovest della capitale la sua organizzazione contro la vendita di esseri umani. Per il suo impegno e la sua età è anche diventata ambasciatrice dei giovani del Kenia per Talitha Kum, la rete mondiale di religiosi e religiose contro la tratta di esseri umani. Racconta con entusiasmo il suo impegno di rientro da una settimana di scambio e sensibilizzazione di giovani di diverse organizzazioni internazionali, in occasione della Giornata mondiale di preghiera e riflessione sulla tratta voluta da Papa Francesco dal 2015.
«L'organizzazione per cui lavoro – mi spiega - non offre solo case rifugio ma consulenza e corsi di formazione e di educazione alla gestione economica e familiare». Prevenzione con corsi per le forze di polizia e formazione al lavoro ed educazione dei giovani sono due pilastri fondamentali per evitare che bambine e adolescenti keniote cadano nella rete di trafficanti che cercano prede per sfruttarle sessualmente. Questa è una delle tre vie più prolifere nel mercato del sesso in Kenia. «Aiutiamo le ragazze che assistiamo ad avviare una piccola attività o a studiare attraverso corsi brevi professionalizzanti per imparare un mestiere come parrucchiera e estetista».
Secondo Trafficking in Persons, il Report annuale del Dipartimento di Stato americano sono più di 35.000 - 40.000 donne le vittime di tratta a fine di sfruttamento sessuale adescate in Kenia. Tra le mete più frequenti il Medio Oriente. Per lavorare ad esempio in Arabia Saudita esistono agenzie di lavoro illegali, che non sono registrate dal governo e che reclutano le prede tramite i social e le applicazioni per smartphone e annunci di lavoro fraudolenti. Chi vuole lavorare all’estero dovrebbe controllare il sito del governo per essere certi di non restare intrappolati. Ma chi versa nella povertà estrema o vuole lasciarsi alle spalle una vita di abbandoni e soprusi, spesso non si fa tante domande e si fida del passaparola e della facilità a viaggiare in Arabia dell’organizzazione. Altra destinazione frequente la Thailandia, per poi essere trasportate nei bordelli di Birmania, Laos e Malesia.
«Di recente abbiamo aiutato una signora keniota che era stata sfruttata dal suo datore di lavoro in Arabia Saudita, naturalmente in collaborazione con altre organizzazioni del territorio. La sua storia è molto triste e fatica a raccontarla di persona. E’ stata agganciata con l’inganno. Ha pensato ad una svolta nella sua vita col guadagno di tanti soldi. Ed è partita per un paese di cui non sapeva nulla, nemmeno la lingua, senza fare verifiche su cosa la aspettasse. È stato uno choc per lei!».
Un’altra storia che colpisce, esempio di tratta interna all’Africa stessa è invece quella di N., bambina trafficata dalla Tanzania al Kenia. Aveva 8 anni quando alla nonna che l’accudiva fu offerta la proposta di aiutare la famiglia facendo lavorare la piccola a Nairobi. N. arrivata in Kenya, è stata costretta a mendicare per le strade di Nairobi insieme ad altri bambini per lunghe ore a volte senza paga altre volte con denaro insufficiente per inviarlo a casa. Fino a quando è riuscita a scappare. Ora è finalmente tornata in Tanzania ed è protetta in una casa rifugio per le vittime della tratta di bambini.
«Sono queste le bambine, le adolescenti, le madri delle diverse “fabbriche” di merce umana che fan comodo a chi vuole continuare a guadagnare milioni di scellini nel paese delle savane e dei safari, del Lago Turkana e delle Thomson Falls». Ma grazie alle donne che le affiancano nella loro rinascita, qualcosa finalmente sta cambiando.